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1435: troppa tristezza per i funerali. Il Comune prova a tirar su il morale dei ternani

Un alone di tristezza calava su tutta Terni ogni volta che qualcuno passava a miglior vita. Il rintocco, lento e profondo, delle campane si diffondeva già nei giorni dell’agonia, per concludersi solo a funerale finito. Non bastasse, era consolidata l’usanza che le donne si sciogliessero i capelli, si vestissero a lutto e si recassero a piangere a dirotto nella casa del defunto.

E siccome i funerali si susseguivano, seppure la città nella prima metà del  XV secolo fosse così piccola da contare circa seimila abitanti, si diffondeva uno stato di depressione vero e proprio nella popolazione. Fattostà che alla fine intervenne il consiglio cittadino che, preoccupato che comunque il morale dei ternani non finisse continuamente sotto le scarpe, deliberò nella riunione del 23 ottobre 1435 di rivolgere una supplica al vescovo, affinché intervenisse “sui suoi preti” e prescrivesse di finirla con certe manifestazioni del dolore giudicate esagerate.

Il vescovo aderì alla richiesta. Niente campane a morto se non lo stretto tempo necessario e niente manifestazioni collettive di disperazione. In caso contrario sarebbe scattata una multa di due ducati per il parroco.

Per i funerali vigevano anche alcuni codici di comportamento che impedivano non solo le ostentazioni del dolore per la dipartita, ma anche quelle di ricchezza e potenza nel caso tl defunto appartenesse a famiglie abbienti o patrizie.

FONTE

Lodovico Silvestri, “Antiche Riformanze della città di Terni”, a cura di Ermanno Ciocca. Ed Thyrus.

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