1464, il vescovo venuto da Genova batte cassa. I ternani protestano col papa

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Costava troppo mantenere il vescovo ed il governatore papale. Fu per questo che il Comune di Terni, l’8 gennaio 1465, decise di inviare una delegazione dal papa Pio II per esporre “l’ingiustizia delle pretenzioni della mensa episcopale”. Il vescovo di Terni Ludovico II, un genovese, bussava continuamente a denari. L’ultima occasione s’era verificata una decina di giorni prima, il 28 dicembre 1464 quando tornò ad insistere perché “fossero liquidate le sue pretese in ordine al pagamento delle dovute decime”. Una richiesta che Ludovico II aveva cominciato ad avanzare, in maniera pressante, già dopo poche settimane dal suo insediamento alla guida della diocesi di Terni, avvenuto nel 1463.
Lui, Ludovico, voleva che fossero rispettati gli impegni presi circa di due secoli e mezzo prima, nel 1218, quando Terni fece di tutto per ritornare ad essere sede di diocesi. In quell’occasione, per far sì che la loro città recuperasse la dignità persa e con essa il peso economico e politico, i Priori di Terni s’erano impegnati a fornire una dote alla mensa episcopale. Oltre a beni fondiari, si stabilì di donare al vescovo della rinnovata diocesi di Terni, Rainerio, e ai suoi successori la decima parte delle rendite comunali. Praticamente i ternani la diocesi se la pagavano da soli. Quell’impegno col passare dei decenni era caduto nel dimenticatoio, ma due secoli e mezzo dopo il vescovo Ludovico ritrovò il documento e chiese, perciò, il rispetto di quello che sosteneva fosse un suo diritto, di cui, in buona fede, i governanti di Terni non conoscevano nemmeno l’esistenza. Quantomeno, sostennero, visto il tempo passato, quell’accordo non osservato per parecchi decenni, poteva considerarsi prescritto. Manco per niente, fu la risposta, perché si trattava di “accordo stipulato di perenne osservanza, sanzionata formalmente dall’autorità apostolica”.
Il Comune cercò di intavolare una trattativa, concetto che fu ribadito anche nella riunione in cui si prese atto dell’insistenza di Ludovico II, quella del 28 dicembre 1463. Bastarono pochi giorni per capire, però, che non c’era disponibilità a trattare da parte della mensa episcopale, per cui si decise di rivolgersi al papa, perché intervenisse, facendogli presente che il nuovo vescovo, quando s’era insediato alla diocesi di Terni, aveva trovato “la sua chiesa e l’episcopio ben fornita di tutto l’occorrente a pubbliche spese” senza contare che la mensa episcopale possedeva anche due molini aggiunti agli altri beni forniti nel 1218. Insomma, secondo la delegazione ternana, sembrava esagerato pretendere di più, non tenendo in alcun conto che il Comune di Terni era (anche allora) “bastantemente depauperato, ed esausto nelle sue finanze”. Con l’occasione alla delegazione fu assegnato pure il mandato di rappresentare al papa la richiesta di “esonerare il municipio dal grave quanto inutile dispendio del mantenimento del governatore, nel mentre che la presenza del Podestà (in carica in quel periodo era il perugino Bartolomeo De Rosci) locale era di per sé bastante al tranquillo regime del medesimo”.

Fonte: Lodovico Silvestri, “Collezione di memorie 
storiche tratte dai protocolli delle antiche 
riformanze della città di Terni dal 1387 al 1816". 
Ristampa a cura di Ermanno Ciocca. 
Terni 1977, Ed. Thyrus.

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