1555, lite tra famiglie potenti: Borsio Paradisi uccide Muzio Castelli

Il fatto era avvenuto il 19 febbraio del 1555: si trattava di omicidio. Erano passati più di quattro mesi e ad un episodio così grave non era stato dato alcun seguito, per cui il 30 giugno, il cardinale Giulio Feltri della Rovere, Legato pontificio a Perugia inviò un commissario: l’avvocato fiscale, Giuseppe Garofano di Spoleto.

1555Sarà stato perché il fatto di sangue vedeva coinvolte due delle famiglie più importanti di Terni? Era infatti accaduto che Borsio Paradisi aveva ucciso Muzio Castelli a causa di “dissapori” nati tra i due capo famiglia e genitori dei protagonisti della vicenda, Gisberto Paradisi e Marcantonio Castelli. Le cronache, ovviamente, non sono così precise ma sembra che nell’accaduto Muzio Castelli fosse rimasto ferito, ma in maniera grave da far temere per la sua vita. Ad evitare lo scatenarsi di una specie di “faida”, furono eletti otto deputati con “li priori pro tempore per pacificarli”.

Però la situazione precipitò nel momento in cui Muzio morì a causa della ferita infertagli da Borsio.

Fu così che, visto che ancora non erano stati presi provvedimenti intervenne il Legato pontificio cardinale della Rovere. Nominando a commissario, appunto, Giuseppe Garofano, di Spoleto, cui spedì una lettera in cui “dolendosi che tali atroci e troppo frequenti misfatti si lasciassero impuniti” ordinava “di prendere dettagliata cognizione del tristo avvenimento, formarne regolare incarto processuale, esaminar testimoni, multare e punire severamente il delinquente e i suoi complici”. Ovviamente non mancava la richiesta di “adottare efficaci misure perché non si rinnnovassero di cotesti atroci fatti”. Infatti nello stesso periodo si era verificato un altro fatto di sangue per cui ùil Legato Pontificio ordinava di procedere anche contro Cesare Lancillotto “per la tregua rotta con Antonio Gasdia , stante le ferite date da Sempronio suo figlio ad Antonio suddetto”.

Borsio Paradisi, comunque, fu condannato “all’ultimo supplicio dal governator di Terni e dal commissario” Garofano. Ma la pena non su eseguita perché in un processo “d’appello” Girolamo Federici vescovo di Savona, governatore di Roma, addolcì la condanna di Borsio stabilendo per lui l’esilio da Terni e distretto di Roma e una multa di 500 scudi da pagare entro il termine di 20 giorni.

 

 

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