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1908, la serrata della Carburo: niente sciopero generale e nuovi disordini

 

Lo sciopero generale a Terni nell’ottobre del 1908 dopo la mezza rivoluzione dei dipendenti della Carburo di Calcio, “rinforzati” dalle “centurinare”, non ci fu. I lavoratori in lotta lo avevano chiesto con grande determinazione, sollecitando l’appoggio della Camera del Lavoro per convincere gli operai degli altri stabilimenti ternani a condividere la loro protesta. Ma l’appoggio non ci fu, anche per la decisa opposizione del partito socialista che non condivise il ricorso a quella forma di lotta. Gli scontri del 16 ottobre avevano esacerbato gli animi e prodotta la mobilitazione delle forze dell’ordine rinforzate da centinaia di soldati mandati a Terni da Spoleto e Civitavecchia.
La decisione finale sullo sciopero generale era stata demandata alla commissione esecutiva della Cdl di Terni, che aveva allo scopo convocato una riunione tra i rappresentanti dei partiti e delle istituzioni locali al termine della quale si approvò un ordine del giorno di condanna dell’atteggiamento delle forze dell’ordine che avevano usato la forza contro i lavoratori inermi, ma si invitava tutti al massimo senso responsabilità e a compiere uno sforzo per la ripresa delle trattative. A tale scopo si nominò una commissione di sette persone che si sarebbe fatta parte diligente per far sì che tutti i lavoratori ternani aiutassero i “serrati” e le loro famiglie e che si riprendessero le trattative con la Carburo. Anarchici e sindacalisti si dichiararono contrari e non votarono l’ordine del giorno, ma erano in netta minoranza. Della commissione furono designati a far parte  Vittorio Faustini, sindaco di Terni; l’avvocato Giulio Patrizi, Girolamo Bianchini, presidente della società operaia,  l’ingegner Giuseppe Menicocci, presidente dell’associazione dei commercianti, il professor Virgilio Alterocca, Raniero Salvati di Papigno e Luigi Fiorelli assessore di Arrone.
La stessa sera del 17 ottobre i krumiri cominciarono ad uscire dagli stabilimenti della Carburo. Una cinquantina, però, rimasero nella fabbrica di Collestatte Piano per cui il giorno dopo, il 18 ottobre, la tensione salì di nuovo. Più di trecento lavoratori misero in atto una dimostrazione davanti ai cancelli perché uscissero coloro che erano rimasti in fabbrica, anche se avendo la direzione della Carburo deciso lo spegnimento dei forni, la produzione era ferma. All’arrivo del tram che portava il vitto per coloro che stavano in fabbrica, alcune donne si sdraiarono sui binari, bloccandolo. Ci fu chi chiese che lo stabilimento fosse chiuso per questioni di ordine pubblico, ma il Governo ritenne non opportuna una scelta che avrebbe esacerbato il clima proprio mentre giungevano segnali di un “armistizio”. Ed infatti l’accordo fu raggiunto il 21 ottobre, quando la Carburo accettò in parte alcune delle richieste del Comitato di Agitazione degli operai, in merito all’anzianità di servizio (concessa per metà) e la limitazione al massimo dei licenziamenti, ma rifiutandosi di riammettere in fabbrica gli operai considerati più “facinorosi”. Il giorno dopo, però, una parte consistente degli operai contestò l’accordo per cui si decise di sottoporlo a referendum . Al voto , il 25 ottobre, domenica, parteciparono solo circa 450 dei 1500 operai della Carburo, i quali si espressero a maggioranza in favore dell’accordo e della ripresa del lavoro, che avvenne , dopo un’ora e mezza di sciopero, la mattina del 26.

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Fonti, Corriere della Sera, Avanti!, La Stampa, La Turbina