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1921, la Fiom chiede in gestione la Fabbrica d’Armi di Terni

La Fabbrica d’Armi di Terni

Grande manifestazione di giubilo a Terni il 10 marzo del 1923 alla Fabbrica d’Armi di Terni “che corse pericolo di esser ceduta alle cooperative rosse, ma che resta ora invece allo Stato quale unico stabilimento di produzione delle armi dell’Esercito”.

L’avvenimento fu solennizzato con l’inaugurazione del gagliardetto degli operai della fabbrica. All’avvenimento intervennero l’onorevole Edoardo La Torre, Edmondo Rossoni segretario delle Corporazioni, l’onorevole Guido Pighetti, uno dei leader del fascismo umbro, ed altre autorità. Dopo l’inaugurazione il gagliardetto sfilò per le vie cittadine in testa ad “un numeroso corteo”.

In effetti, finita la guerra, gli stabilimenti militari necessitavano di una riconversione e, nell’attesa, costituivano una pesante palla al piede nel bilancio dello Stato. Si era così avanzata l’ipotesi di cedere cinque stabilimenti: gli arsenali di Napoli e Venezia, le fabbriche d’armi del Lagaccio a Genova, di Gardone Val Trompia e di Terni.

Fu così che si fece avanti il Consorzio Operaio Metallurgico che era presieduto,  da Emilio Colombino, uno dei segretari della Fiom organizzazione sindacale della quale lo stesso consorzio era un’emanazione.

Colombino aveva raggiunto un accordo di massima coi ministeri competenti, il ministero della Guerra e quello della Marina, per l’acquisizione degli stabilimenti. Ma era ovvio che sarebbe stato il consiglio dei ministri a decidere e a sottoporre la propria scelta al parere del Parlamento. Ragion per cui lo stesso Colombino il 1 giugno 1921 incontrò il presidente del Consiglio Giolitti, sia per illustrargli i termini dell’accordo che per avere da lui una qualche assicurazione in merito a particolari concessioni. Ed accanto a questo chiedeva anche un appoggio al Governo per quanto riguardava il reperimento di finanziamenti di cui si chiedeva allo Stato di farsi da garante.

Non era infatti un’operazione da poco quella proposta, anche se il Consorzio era già una realtà economia di un certo peso. Operante già nel 1919, nel 1921 raccoglieva 18 cooperative in tutta Italia, due delle quali a Terni (una cooperativa metallurgica ed una meccanica) ed una Foligno (meccanica). Nel 1920 aveva ottenuto un utile netto di centomila lire. Nel corso di quell’anno aveva fatto lavori per cinquanta milioni di lire. Soprattutto producendo torchi, frantoi e carri ferroviari. Nel 1921, gli orizzonti produttivi si erano ampliati: al momento dell’incontro tra Colombino e Giolitti, avevano in cantiere la costruzione di cinque piroscafi, si erano specializzati nella demolizione delle navi da guerra consegnate all’Italia dagli ex nemici e nella traformazione di navi da guerra in mercantili. Aveva settemila operai, il Consorzio, ma con l’acquisizione degli stabilimenti militari avrebbe potuto dar lavoro – assicurava Colombino – a 25 mila dipendenti. Chiaro non producendo armamenti, ma macchine per l’agricoltura, materiale ferroviario, potenziando i propri cantieri navali: non a caso era in trattativa per l’acquisizione dei cantieri Odero di Genova.

Secondo l’accordo di massima raggiunto il Consorzio avrebbe avuto i cinque siti industriali in gestione dietro corresponsione di un canone annuo. Lo Stato avrebbe dovuto liquidare il personale a fronte di un impegno del consorzio a procedere a proprie spese a tutte le trasformazioni impiantistiche necessarie e avrebbe proceduto all’assunzione di nuovo personale. Una cosa teneva a specificare Colombino: l’opera del consorzio non aveva assolutamente fini speculativi, ma – disse il presidente – “mira unicamente ad un esperimento che è quello di quanto possa rendere  una gestione operaia” e di affrontare “una crisi  industriale in cui siamo precipitati e che continuerà ad aggravarsi”. Il primo scopo era quindi evitare che molti operai finissero sul lastrico e poi, nell’operare per una graduale trasformazione in campo produttivo, ed educare le masse operaie  alla solidarietà e a più alte condizioni di vita”.

Il consorzio, aggiungeva Colombino, agiva anche grazie alla motivazione di impedire  che gli stabilimenti statali finissero nelle mani di speculatori privati,

Un’opertazione bene avviata – Giolitti stesso mostrò una posizione in qualche modo favorevole – ma che non giunse in porto. Nel settembre del 1921, il deputato fascista umbro Alfredo Misuri interrogò sulla vicenda il ministro della Guerra, chiedendo di essere informato sullo stato della trattativa e avanzando dubbi seri sulla utilità di un’operazione del genere sul fronte della sicurezza interna ed esterna.

Il ministro spiegò allora perché la trattativa segnava il passo: erano state avanzate altre proposte per quei cinque stabilimenti militari anche da parte di altre cooperative, per cui la questione fu messa in mano al consiglio dei ministri. Nel frattempo, comunque, il ministero era cambiato: Giolitti aveva passato la mano e presidente del Consiglio era Ivanoe Bonomi. In merito alla sicurezza il ministro spigò che negli stabilimenti erano stati accantonati i macchinari per la costruzione di armi portatili, che non sarebbero stati assolutamente consegnati a chi sarebbe subentrato nella gestione.

Poi l’operazione comunque saltò e, per quanto riguarda la fabbrica d’armi di Terni, si decise che sarebbe rimasta nell’ambito dell’Esercito.