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1925, alla Fabbrica d’Armi di Terni rischio licenziamento per 200 operai. Quasi tutte donne

Rossi Passavanti e il gen. Cavallero

Il 12 agosto 1925, il cortile delle scuole di Santa Caterina, a Terni, era affollato dagli operai della Fabbrica d’Armi. S’erano riuniti in assemblea per manifestare la propria preoccupazione riguardo un drastico ridimensionamento del personale civile in servizio. C’era chi parlava di dimezzamento per cui erano pronti circa duecento licenziamenti. Per la quasi totalità essi riguardavano la manodopera femminile cui si era fatto ricorso nel periodo dell guerra 1915-1918 quando anche le donne erano state chiamate a dare il loro contributo allo sforzo bellico. Ma ora di loro non c’era più bisogno: la guerra era finita già da tempo e c’era stato una continua e progressiva diminuzione delle commesse e, di conseguenza, della produzione.

Erano comunque cinque anni – ricordò nel suo intervento in apertura dell’assemblea il segretario della federazione fascista, professor Bonfatti – che le maestranze della Fabbrica d’Armi vivevano sul chi vive: s’era prima parlato di una possibile cessione dello stabilimento a privati, quindi si era passati attraverso una riorganizzazione del lavoro che non fu accolta con estremo favore dagli operai di cui sovvertiva lo stato giuridico, per finire con le recenti minacce di licenziamenti massicci.

Il Federale di Terni “ha promesso tutto l’interessamento dell’organizzazione al centro perché il minacciato licenziamento non avvenga e perché la gloriosa fabbrica d’armi, che tante benemerenze acquistò nella recente guerra, sia mantenuta in piena efficienza”, si poteva leggere sul Giornale d’Italia. Il quale riferiva anche che “E’ stato votato all’unanimità un vibrato ordine del giorno e fu nominata una commissione di operai, che in unione al segretario della sezione si rechi a presentare l’ordine del giorno stesso al direttore dello stabilimento, al sindaco, e al sottoprefetto”.

Della questione si interessò anche Elia Rossi Passavanti, deputato di Terni, il quale appoggiò l’iniziativa di protesta. All’assemblea non c’era, ma “ha telegrafato di aver conferito in proposito col generale Cavallero”, sottosegretario al ministero della Guerra, “il quale “gli ha dato seri affidamenti”, assicurava il Giornale d’Italia.