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Maggio 1917: a Terni un terremoto crea danni, feriti e panico

Per i soccorsi anche un treno-ospedale

Visto il periodo difficile (c’era in corso la prima guerra mondiale), le direttive del governo erano quelle di minimizzare. S’era introdotta la censura per non creare ulteriori turbative tra la popolazione. Per cui quel terremoto che nel pomeriggio del 12 maggio 1917 gettò Terni nel panico fu raccontato sui giornali dell’epoca come fatto che, a parte la paura, aveva creato pochi danni e nessuna vittima. Ma a qualcuno dei cronisti sfuggivano dalla penna particolari che inducevano a pensare che l’evento sismico avesse avuto esiti ben più gravi di quanto “ufficialmente” si riferiva. Non c’erano vittime, ma c’erano “diversi feriti”; i danni erano contenuti, giusto qualche comignolo e qualche cornicione erano caduti e nelle campagne circostanti la scossa “durata dieci secondi” nemmeno era stata avvertita, però “alcune case coloniche” erano state “rase al suolo”. C’era stato solo un ferito “alla testa e al fianco, certo Antonio Maltinti, operaio, che ha avuto le prime cure dal sindaco di Terni dottor Fabbri accorso sul luogo”. C’era stato l’intervento della Croce Rossa, ed era arrivato un treno ospedale, “ma era in servizio presso la stazione di Terni”. La popolazione era scappata e si apprestava a a passare la notte all’aperto; in molti stabilimenti gli operai “spaventati, hanno abbandonato le officine”. Però da Rieti, da Spoleto, da Jesi e da Stroncone assicuravano che lì il terremoto si era appena avvertito. L’epicentro fu individuato ai piedi dell’Appennino, “in Contrada Palma”.

Il giorno dopo gli stessi giornali riferivano che durante la tra il 12 e il 13 maggio “le scosse si sono ripetute in numero di circa una ventina per tutta la notte ed anche stamane”. “La stranezza” era, si evidenziava, che “nei Comuni del circondario si è avvertita solo la prima scossa, quella delle 17 e 35 mentre Terni e le sue immediate adiacenze sono state in continuo sussulto”. Si cambiava in un qualche modo anche la prima rassicurante versione, pur buttandola lì, come si riferisse di una normalità: “Nella città sono rimasti lesionati molti fabbricati, nella campagna sono crollate parecchie case coloniche. Quasi tutta la popolazione accampa all’aperto”.

E non finì lì. Di un’altra scossa si dette conto il 23 maggio: una scossa “verificatasi alle 16 e 2 minuti in senso ondulatorio e sussultorio della durata di tre secondi”. Panico e gente in strada, ma “V’è un solo danno causato al soffitto di una casa posta in Corso Vittorio Emanuele”. Ed ancora, il 14 giugno: “Undici scosse di terremoto sono state avvertite ieri a Terni. Due di esse sono state brevi ma forti; sono caduti comignoli e pezzi di cornicione d’edifici tra cui il Teatro Comunale. Nessuna disgrazia”.

Fonti successive raccontarono però una storia diversa, secondo la quale l’evento sismico, che ebbe per epicentro Terni, aveva interessato tutta la fascia tra Macerata e Roma; mille all’incirca furono le abitazioni danneggiate o crollate, numerosi i feriti specie nella zona di Palma, Palmetta e Piedimonte; l’esercito era intervenuto in soccorso della popolazione, distribuendo viveri e allestendo attendamenti in cui molti ternano vissero per diversi giorni, visti che l’ondata sismica iniziata il 12 maggio durò  praticamente un mese intero.

Terni, Cesi e San Zenone riportarono i danni maggiori. Massa Martana, Papigno e San Gemini se la cavarono con una serie di crepe sui muri.

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