Il nuovo “Matteotti”, un progetto diventato utopia

Quando negli anni Venti del secolo scorso la “Terni” divenne una “fabbrica totale” si occupò anche della costruzione degli alloggi per i propri dipendenti: i palazzi di via Mazzini, il condominio di piazza Valnerina destinato agli impiegati; il “Palazzone”, per gli operai. Negli anni ’30, forse per aumentare l’offerta, decise di utilizzare un appezzamento di terreno di sua proprietà per costruirvi il villaggio operaio “Italo Balbo”, il quale in epoca successiva diventò il villaggio Matteotti.

A testimonianza che ad allora risale lo stereotipo del “metal mezzadro” il podestà, Elia Rossi Passavanti, spiegò che quell’intervento era particolarmente vantaggioso per le famiglie degli operai perché oltre all’abitazione veniva loro assegnato anche l’orto: quattrocento metri quadrati a famiglia con le “formette” a costituire una rete per l’irrigazione. Si trattava della possibilità di integrare il salario coi prodotti di un’agricoltura minima, in qualche modo un’anticipazione degli orti di guerra che si diffusero una decina di anni dopo.

C’era, però, anche un’altra corrente di pensiero, quella operaia, che partiva da un principio: alla “Terni” fascistizzata  e fascista faceva comodo allontanare gli operai dal centro cittadino e concentrarli tutti in una stessa area dov’erano più facilmente controllabili. Non che fosse tutto gratis, intendiamoci, perché gli occupanti di quelle abitazioni pagavano tutti una pigione alla “Terni”, così come accadeva a via Mazzini, al Palazzone, a piazza Valnerina.

Cinquant’anni dopo, con una società “Terni” profondamente diversa, si reputò necessario ammodernare quel villaggio divenuto ormai Matteotti le cui abitazioni – orto a parte – non sempre erano all’altezza delle esigenze di stili di vita profondamente mutati. Quindi si decise di riutilizzare quell’area, sostituendo alle vecchie case quadrifamiliari un quartiere tutto nuovo.

Nuovo quartiere matteotti terni
Il quartiere Matteotti a Terni, nato su progetto di Giancarlo De Carlo

Alla guida della “Terni” non c’era Bocciardo, senatore in camicia nera, ma Gianlupo Osti, un manager di stato, di estrazione liberal socialista, amministratore delegato delle acciaierie targate Finsider. Osti non contemplava la teoria della fabbrica totale, ma quella di un legame stretto tra fabbrica e territorio in cui essa opera. Con la “Terni” che era chiamata a fare la sua parte anche per far crescere la città. L’idea fu quella di fare del Matteotti un quartiere operaio “a misura d’uomo”: gli stessi interessati ad andarvi ad abitare furono chiamati a contribuire alla progettazione, riferendo esigenze, illustrando sogni e desideri, raccontando le loro esperienze. C’era uno staff di sociologi ad ascoltarli con in prima fila Domenico De Masi. Ma poi, per portare sintesi una miriade di suggerimenti i di esigenze rappresentate, fu necessario affidarsi alla matita di un architetto di grande vaglia, Giancarlo De Carlo, in quale rese realizzabili, almeno per quanto possibile, tutte quelle idee.

Il concetto base – in sintesi – era quello di realizzare un agglomerato di appartamenti, di varie tipologie, collegati ed indipendenti nello stesso momento; uniti da percorsi pedonali che scorrono all’altezza delle porte d’ingresso dei piani superiori con lo scopo di ripetere il “dare sulla strada” di quelli del piano terra. Un modo per favorire la socialità; la solidarietà, se si vuole. Ed insieme a tutto ciò una serie di giardini pensili per richiamare, in una qualche maniera, gli orti del villaggio vecchio.  Poi, spazi comuni, luoghi di incontro, “piazze”. E giardini, verde.

Un intervento che oggi può chiamarsi utopia. Gli spazi comuni sono inutilizzati; le stradine che dovevano unire, sono chiuse da cancelli. Degli ottocento alloggi previsti è stato realizzato un terzo. Resta l’opera, un intervento architettonico che rende Terni più interessante.

 

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