Anche i podestà vogliono un santo protettore

In effetti la manchevolezza era grave e nel 1932 era giunto il momento di metterci una pezza: i podestà, i reggitori dei Comuni italiani istituiti da Mussolini in persona, non avevano ancora un loro santo protettore. Impossibile andare avanti come se niente fosse.
E finalmente ci fu chi prese l’iniziativa: il podestà di Orvieto.

San Pietro Parenzo

Che la propria idea provvide a illustrarla allo stesso Mussolini in un breve incontro avvenuto a Terni, in occasione della visita del capo del governo alle fabbriche ternane. Il podestà di Orvieto donò a Mussolini, due “bellissime medaglie” che riproducevano la facciata del Duomo di Orvieto, ma anche uno studio su colui che aveva tutte le carte in regola per essere il santo protettore dei podestà: San Pietro Parenzo. Che – sottolineò il rappresentante orvietano – fu “il primo podestà d’Italia”. “L’idea geniale ha destato il massimo interesse nel capo del governo”, riferì il corrispondente da Orvieto della Stampa.

San Pietro Parenzo nel 1199 fu inviato dal Papa a Orvieto per riportare all’ordine i cristiani della zona, molti dei quali erano convinti assertori delle idee dei “catari”, gente che voleva – tra l’altro – il più rigido ascetismo da parte dei rappresentanti del clero. Eresia!

Il papa Innocenzo III si decise per un intervento fermo e risolutore, che mettesse fine non solo della tendenza degli orvietani ad appoggiare le idee dei “catari”, ma anche – visto che c’era – per risolvere una contesa tra il papato e quegli stessi orvietani che vantavano diritti di predominio su Acquapendente.

La sua, comunque, fu ufficialmente la risposta al grido di dolore che veniva dai cattolici di Orvieto, che si trovavano a far fronte ad un “gruppo di eretici” che diventavano sempre più audaci e prepotenti, tanto che i vescovi Rustico e Riccardo, che s’erano succeduti alla guida della diocesi orvietana, non erano iusciti a contrastarli.

Ecco allora Pietro Parenzo. Membro di una nobile famiglia romana, sposato, ma che Innocenzo III considerò la persona più adatta a risolvere al questione.

Il perché gli orvietani lo capirono subito. Pietro Parenzo “entrò in scivolata”, decidendo e applicando una durissima repressione degli eretici: “giunto in Orvieto – riferisce il corrispondente orvietano – nel febbraio del 1199, si pose animosamente al lavoro. Egli domò le sommosse degli eretici, spianò torri e palazzi, covo di sediziosi, amministro giustizia con severo equilibrio. Ma i nemici non disarmavano e ordivano trame”.

E venne la Pasqua, cosicché il podestà decise di andare a Roma, per incontrare quelli di casa sua, ma soprattutto per riferire al papa come andavano le cose a Orvieto. E quando il gatto non c’è… Gli orvietani si organizzarono. Corruppero un “famiglio” del palazzo podestarile, che non appena Pietro Parenzo tornò da Roma, di notte aprì le porte ai congiurati. Piombarono addosso al loro nemico, lo malmenarono per bene, e lo rapirono, portandolo in una capanna fuori città. E lì gli proposero un accordo: l’avrebbero liberato se si rimangiava tutti i provvedimenti repressivi e rinunciava al govenro di Orvieto. Insomma, doveva lasciarli stare. Ma Pietro era uno che non si piegava facilmente, rifiutò e quelli, senza stare tanto a pensarci su, lo massacrarono a martellate.

Il podestà fu seppellito, dopo un solenne funerale, nella chiesa di Santa Maria e subito dopo i cattolici romani di Orvieto dettero sfogo alla loro indignazione individuando alcuni congiurati e facendo giustizia sommaria. Le contromisure prese da Pietro contro gli eretici furono confermate: arresto e confisca dei beni per i “catari”. E ci fu ovviamente un giro di vite. La reazione sarebbe stata dura se non si fosse subito provveduto a reprimerla con fermezza e con l’aiuto di uno squadrone di cavalleria cge, per maggior sicurezza, Innocenzo inviò ad Orvieto.

E così gli eretici furono sconfitti,e – visto che ci si trovava – la cavalleria dette una bella mano anche per la cacciare i ghibellini. L’ordine era ristabilito, con i Guelfi al governo cittadino

Pietro Parenzo fu considerato santo subito, attirando pellegrini presso la sua tomba e producendo guarigioni e altri miracoli. La curia pontificia seguì per secoli con interesse la questione, ma solo nel 1879 su intercessione del vescovo di Orvieto, Pietro Parenzo fu beatificato.

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