Porta Romana: quel pezzo di storia di Terni illeggibile per colpa dell’incuria

Si è quasi sicuri che ci sia scritto: “Essendo Papa Alessandro VII, al tempo del contagio il muro collassò a causa delle vetustà. I ternani per restituire decoro, con denaro pubblico, eressero le mura”. Insomma ripararono le mura cittadine di Terni, che erano crollate perché troppo vecchie. L’anno cui la lapide fa riferimento è il 1658. E sta proprio lì sulle antiche mura cittadine, dove si trovava Porta Romana. Praticamente illeggibile, consunta com’è per i secoli trascorsi.

Walter Mazzilli, “cercatore di storia locale”, come si autodefinisce, è riuscito _ non senza fatica _ a leggerla in parte ed a tradurla dal latino, la lingua in cui è scritta. E nello stesso tempo ha lanciato un appello tramite facebook: «Invitiamo il Comune a tenere maggiormente in considerazione certi segni della storia cittadina». Come appunto quella lapide, posta a ricordo di un intervento che fu fatto col denaro pubblico per difendere il decoro della città. A quei tempi ci si teneva. Lo stesso discorso vale, però, almeno per una sua “gemella” che si trova in via Roma. Entrambe malridotte ed illeggibili.

L’episodio storico ricordato, al di là della ricostruzione del muro, è quello del “contagio” del 1656-1657: la peste. La voce del suo diffondersi era arrivata in città all’inizio dell’anno 1656 ed il Consiglio di Terni nominò una commissione sanitaria di dodici cittadini, due per ogni rione. Dovevano sorvegliare, con soldati armati, Porta Romana e Porta Spoletina, i due ingressi principali alla città, ed impedire il passaggio a persone che provenissero dai territori in cui la peste si era già diffusa. Il primo focolaio, della malattia, sembra fosse a Napoli.

Non solo la vigilanza, comunque: immancabile, a quei tempi, il ricorso alle funzioni religiose espiatorie, le quali furono celebrate in Duomo e nelle chiese dedicate ai due santi protettori di Terni, San Valentino, e San Procolo. In più si dichiarò lo stato di allerta delle congregazioni sanitarie che stabilirono, innanzitutto, l’apertura di un lazzaretto presso il santuario francescano delle Grazie, che era allora fuori città, dove venivano condotti coloro che provenivano da zone sospette. Tutto pagato con denaro pubblico.

La città intera fu posta sotto stretta sorveglianza: furono chiusi le osterie e gli altri luoghi di ritrovo, fu posto il divieto per  vagabondi ed accattoni di girovagare. Fu tutto inutile: i primi casi di peste furono registrati all’inizio dell’estate nel quartiere del Duomo.

Un anno dopo, nel giugno del 1657, il vescovo, Sebastiano Gentili, salì sulla torre Barbarasa, l’edificio più alto di Terni, portando con sé la reliquia del Preziosissimo sangue, per benedire la  città. Anche a ricordo di questo atto fu incisa _ sempre in latino _ una lapide che venne affissa sulla torre. Anch’essa è ora illeggibile. Si trova nello stesso stato della sua gemella, pure se il testo _ in questo caso _ è noto, avendolo riportato Elia Rossi Passivanti nel suo libro “Terni nell’età moderna”. Si narra, in sostanza l’episodio, ed in più si specifica che l’iniziativa di porre quella pietra “ad imperitura memoria” fu di Felix Barbarasius, Felice Barbarasa. Una memoria che, però, ha bisogno di una “rinfrescatina”, visto che quella pietra così com’è non può ricordare niente ad alcuno.