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Dieci anni di indagini per recuperare i quadri rubati a San Pietro

Le indagini sull’audace colpo portato a termine nella basilica di San Pietro a Perugia il 29 marzo 1916, a poche ore dalla scoperta del furto erano già in pieno svolgimento, anche perché la notizia ebbe una vasta eco e preoccupò non poco studiosi ed esperti di storia dell’arte.

Nove opere di grandissimo valore culturale e, cosa che più interessava i ladri, anche commerciale avevano preso il volo e mentre c’era chi partì alla volta di Perugia, c’era chi faceva notare che in fondo quelle opere avrebbero dovuto essere meglio protette, tanto più che già in precedenza alcune opere di Raffaello erano state trafugate dalla chiesa e poi, fortunatamente, ritrovate.

Perché il colpo fu audace, faticoso, ma niente di più. I ladri potettero agire indisturbati, innalzare con delle pertiche una scala a corda fino ad agganciarla ad una balconata a più di dieci metri da terra, salire, ridiscendere dietro l’altar maggiore, rompere tre porte prima di giungere a quella di noce massiccia che portava nella sacrestia, laddove erano appunto custoditi i quadri poi rubati. Per oltrepassare quest’ultima barriera dovettero armarsi di pazienza e con un trapano e una sega tagliare uno dei quattro “specchi” della porta. Attraverso quel foro uno di loro – evidentemente non un gigante – penetrò nella sacrestia e poté così spalancarla quella porta per far entrare i complici.

Una volta dentro, non avevano che l’imbarazzo della scelta. E così presero il volo quattro delle cinque tavole che costituivano la predella del grande quadro dell’Assunzione, un polittico opera del Perugino che su quelle tavole aveva dipinto Santa Scolastica, San Fortunato, Sant’Ercolano e San Mauro. Una quinta tavola trafugata era opera di Raffaello e rappresentava Gesù Bambino e San Giovannino. Dei quadri più grandi, la Flagellazione,(opera attribuita al Caravaggio), L’Inconorazione del Bassano, Gesù che porta la croce di Mantegna, e due altre opere una del Perugino l’altra del Guercino, furono tagliate le tele.

A quel punto la fuga fu facile. Tutte le opere, si stabilì in seguito, furono stipate in una valigia che i ladri lasciarono nascosta sotto un ponte vicino Perugia, con l’intenzione di tornare a prenderla una volta calmatesi le acque.

Indagini serrate

Gli inquirenti proprio perché credevano che subito dopo il furto le opere fossero ancora a Perugia o nei pressi, cercavano di stringere i tempi. Poche le tracce lasciate dai malviventi. Praticamente solo gli attrezzi usati e abbandonati al momento della fuga: martelli, scalpelli, la scala di corda, un trapano. Un’opera certosina e metodica venne quindi subito messa in atto e dette i primi frutti, già nel giorno 30 marzo. Mentre si era proceduto al fermo di alcuni sospetti soprattutto habitués di furti di opere d’arte, si individuò il negozio in cui gli arnesi usati per lo scasso erano stati acquistati. I commessi riferirono che i compratori  erano due giovanotti a loro sconosciuti e che forse non erano di Perugia o del perugino.

Tre delle tavole del Perugino rubate e recuperate (Foto tratte dal sito della Fondazione per l’Istruzione Agraria. www.fondazioneagraria.it/)

Le indagini furono estese  a Firenze dove agenti della squadra mobile fecero irruzione nella casa di un antiquario, ma la perquisizione non dette esiti positivi. Secondo alcune voci sembrava che proprio a Firenze era stata trovata una traccia e che qualche arresto “importante” era imminente. A Perugia intanto si procedeva ad altri arresti, magari sperando che, messo alle strette, chi sapeva qualcosa sul furto pur non essendone autore, avrebbe dato qualche “soffiata”. Per parte sua il Ministero dell’Interno aveva deciso di assegnare la somma di diecimila lire (trentamila euro di oggi, fatte le debite proporzioni) a chi fosse stato in grado di fornire informazioni utili a scoprire gli autori del furto o dove si trovasse la preziosa refurtiva.

Nonostante le serrate indagini, però i giorni passavano e prendeva di conseguenza maggiore consistenza il timore che i nove quadri potessero prendere le strade più disparate.

A dicembre rintracciati i tre ladri

Passò così la primavera del 1916, venne l’estate e poi l’autunno. Il 1. dicembre  La Tribuna, giornale di Bologna pubblicò la notizia: due uomini erano stati arrestati perché ritenuti responsabili del furto compiuto alla basilica di San Pietro a Perugia, mentre un terzo s’era dato alla macchia ed era ricercato. In carcere erano finiti due giovanotti, Filippo Zamboni, di Bologna, e Aurelio Bezzi, di Reggio Emilia. Era accaduto che la questura di Bologna aveva avuto notizia del fatto che un pregiudicato del posto, Duilio Medoni (il latitante) frequentava insieme ai due giovani il bar Nettuno. Lì, avevano chiesto ad un noto “mediatore d’affari”, di procurar loro un cliente cui avrebbero potuto vendere “alcuni quadri preziosi”. Il mediatore entrò subito in azione e prospettò l’affare ad un signore di Bologna noto per essere amante delle antichità, il quale si disse interessato. Si fissò allora un appuntamento a Modena, cui però il mediatore non si presentò e così l’affare non si concluse. Fu a questo punto che si fece avanti un’altra persona interessata che trattò direttamente coi ladri e dopo, laboriose trattative, acquistò sette dei quadri rubati per 25mila lire. Due delle opere – gli dissero – erano rimaste deteriorate o erano andate smarrite. Venticinquemila lire per opere d’arte che valevano sul mercato internazionale centinaia di migliaia di franchi. “I soldi ve li darò dopo aver controllato lo stato dei quadri”, disse il cliente, ragion per cui si dettero appuntamento appena fuori Bologna.

Lì sarebbero scattate le manette ai polsi dei tre, perché il secondo “cliente” non era altri che l’on. Speranza, ispettore dei Musei e delle Antichità, e quindi funzionario del ministero della Pubblica Istruzione. Ma l’incontro non ci fu a causa di divergenze tra i responsabili del furto sulla opportunità di vendere subito le opere d’arte o aspettare la fine della guerra per ottenere una cifra maggiore in cambio.

Dopo dieci anni il recupero

Da allora dei quadri rubati a San Pietro non si seppe più niente. Nel 1925, nove anni dopo, il colpo di scena: le indagini si riaprirono.

I due putti di Raffaello

Una persona – non meglio specificata- di Reggio Emilia si rivolse al direttore dell’accademia di Brera chiedendo un’expertise su una tavoletta dipinta attribuita al Perugino. Il direttore, professor Modigliani, denunciò immediatamente la faccenda. E così si scoprì che quella stessa persona aveva acquistato anche altre due delle opere rubate: La Flagellazione e il quadro dei due putti (Gesù Bambino e San Giovannino), opera di Raffaello. Tutto fu, ovviamente sequestrato, mentre ci furono altri arresti, quattro per la precisione, di persone nelle cui mani le opere d’arte erano passate a vario titolo.

Dovette passare un altro anno perché si trovassero altre due delle tavolette del Polittico del Perugino. Esse erano state vendute negli Stati Uniti, ma da lì le rispedirono al mittente anche perché risultarono pesantemente danneggiate. Furono queste che, nel marzo del 1926, Umberto Gnoli, soprintendente alle belle arti un Umbria, andò di persona a recuperare a Bologna. Dopo dieci anni ritornavano alla basilica di San Pietro, ma prima c’era bisogno di un restauro, in alcuni casi complicato. La tela del Caravaggio era molto danneggiata, ma peggio erano state trattate le tavolette del Perugino. La tavoletta su cui era raffigurato San Mauro aveva due fori praticati col trapano; l’altro quadro, quello con Santa Scolastica, era stato segato ed accorciato di un centimetro e presentava numerose abrasioni. Meno danneggiata la tavoletta che raffigurava San Pietro in Vincoli.

E le altre opere? Mistero.

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