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1950, a Terni scontri e scioperi contro il Governo e le norme “liberticide”

Per la verità si aspettavano ancora direttive sul da farsi sia da parte della Cgil che del Pci. Certo la protesta era stata immediata e non s’era perso a tempo a definire fasciste e liberticide le decisioni che il governo De Gasperi aveva preso nella riunione del consiglio dei ministri di sabato 18 marzo 1950. In sostanza: Il governo autorizzava i prefetti a vietare, anche se per una durata non superiore a tre mesi,  i comizi e i cortei nei comuni e, previa autorizzazione del ministero dell’Interno, in tutta la provincia, ogni volta che si verificassero atti di violenza e intolleranza politica; erano proibiti, comunque, i comizi interni alle fabbriche senza l’autorizzazione delle autorità di Pubblica Sicurezza e il consenso della proprietà. Venivano anche vietati lo strillonaggio e la vendita di giornali a domicilio da parte di persone non autorizzate. I prefetti erano inoltre incaricati di impedire le occupazioni delle terre e di perseguire legalmente i promotori e gli organizzatori di quel tipo di iniziative.

Tenuto conto che il periodo era quello in cui si stava conducendo un’aspra lotta per la riforma dei contratti mezzadrili e dei patti agrari in genere; che si parlava di forti riduzioni di personale all’interno della siderurgia; che si viveva in clima politico acceso di contrapposizione tra la Dc  di De Gasperi e i partiti della sinistra Pci e Psi, che qualche protesta e forte ci sarebbe stata era facile prevederlo. E così fu. Passata la domenica 19, il lunedì 20 marzo – nonostante appunto si aspettasse una presa di posizione ufficiale da parte di Cgil, Pci e socialisti – scioperi e momenti di tensione si registrarono in diverse parti d’Italia.

A Terni quella mattina la protesta fu dura: alle 8 e mezzo cominciarono a suonare le sirene delle fabbriche e gli operai cominciarono ad uscire dalle fabbriche, Alle acciaierie alcuni operai presero la parola in comizi volanti per spiegare ai colleghi i motivi della protesta e volantini che incitavano alla “difesa della libertà” erano stati gettati – riferiva il Corriere della Sera – in qualche cinematografo cittadino: l’intervento della polizia portava al sequestro di pacchi di manifestini e al fermo di un attivista”.

Per quella mattina l’amministrazione comunale, Pci e Psi, aveva convocato un consiglio comunale straordinario per appoggiare la protesta contro Governo. Solo un rappresentante della minoranza si presentò, ma la riunione non ebbe conclusione perché scoppiarono quasi subito disordini in piazza del Popolo (oggi piazza della Repubblica), davanti al palazzo comunale. La polizia era intervenuta disperdendo il primo gruppo di scioperanti giunto sul posto e la “celere” aveva provveduto ad evitare che fossero divelti due quadri murali del Movimento Sociale che si trovavano al’inizio di corso Tacito.

Comunque, quando arrivarono i cortei dalle fabbriche piazza si riempì di scioperanti fino a che “verso le 11 camionette della Celere sopraggiungevano , e gli agenti caricavano i dimostranti mettendoli in fuga con diverse evoluzioni. Alcuni riuscivano a riparare nei negozi che subito abbassavano le saracinesche”. Nei tafferugli rimasero contuse “numerose persone tra le quali due donne; vari agenti sono pure feriti e uno di essi è stato pure ricoverato in ospedale”. Molti scontri furono evitati grazie all’opera di persuasione del comandante dei carabinieri “fatti segno di qualche applauso” così come i soldati che ben presto furono fatti intervenire in piazza.

“Dal balcone del municipio, fra alcune bandiere rosse – continuava il cronista del Corriere della Sera – hanno parlato gli onorevoli Carlo Farini e Mario Angelucci, deputati comunisti. Durante alcuni tafferugli  svoltisi in vari punti della città, sono stati bastonati due o tre ex fascisti”. Sei persone furono fermate dalla Polizia.

Nel pomeriggio ad Orvieto ci furono scontri, in occasione di un comizio dell’onorevole Meucci che fu tenuto nella sede del Comune, dato che la PS aveva subito caricato gli scioperanti scesi in piazza e negli scontri ci furono feriti e contusi. Disordini anche a Petrignano del Lago e Moiano, dove furono distrutte le locali sedi del MSI; a Perugia e Umbertide s’erano tenui comizi senza incidenti.

Leggermente diversi appaiono i tumulti di Terni leggendone la cronaca che ne fece, quello stesso giorno l’Unità. “Straordinaria è stata la reazione della città di Terni, città operala e democratica, alle misure liberticide minacciate dal governo per sopprimere le fondamentali libertà democratiche sancite dalla Costituzione repubblicana. Non vi è stata divisione di partiti in questa memorabile protesta di Terni: i lavoratori hanno abbandonato in massa le fabbriche, 1 cantieri, i campi, le aziende, fin dalla prima mattina, quando l’urlo delle sirene delle acciaierie, azionate dagli operai, ha dato il segnale. Via via il fermento si allargava all’intera cittadinanza, fino agli studenti democratici che rifiutavano di assistere alle lezioni, ai commercianti che abbassavano le saracinesche, al personale dei Comune, ai poligrafici, ai pastifici e ai molini, al mattatoio, alla società tranviaria. v n mano che il lavoro cessava nell’intera città, a centinaia e migliaia gli operai si riversavano nelle vie del centro, a piedi e in bicicletta. negozi abbassavano le saracinesche, i quadri murali fascisti erano divelti e fatti a pezzi”.

“In Piazza del Popolo – continuava l’Unità – si è avuto il primo scontro con la Celere, che ha rabbiosamente caricato; le mischie si sono succedute l’una all’altra, ma la furia di alcuni agenti e funzionari veniva rintuzzata con estrema decisione. Alle ore 11,35 la Celere veniva « bloccata » definitivamente e desisteva dalla sua azione selvaggia. l maggiore e il capitano dei carabinieri intervenivano saggiamente per frenare 1 caroselli di jeep. a resistenza degli operai trionfava. e jeep facevano marcia indietro, e la Celere era allontanata e disposta prudentemente dietro un cordone di soldati. Anche i militari erano stati infatti chiamati in piazza con l’intenzione di spingerli contro gli operai: ma nessuno di essi, applauditi e abbracciati della folla, ha voluto muoversi contro i lavoratori. i avevano le lacrime agli occhi. l contegno dei reparti dell’Esercito è stato irreprensibile e commovente, e pieno di senso di responsabilità è stato il comportamento degli ufficiali dei carabinieri distintisi nettamente dai comandanti scatenati della Celere”. Ma poi la Celere se ne andò,- raccontava il giornale del Pci – e “I lavoratori hanno intonato gli inni del lavoro e della guerre di liberazione. E lo entusiasmo è cresciuto e si è diffuso in tutta la popolazione quando dal balcone della residenza comunale si sono affacciati i dirigenti popolari circondati dalle bandiere dei partiti e delle associazioni democratiche”.

Un’ultima annotazione riguardo alle cronache giornalistiche. Il Corriere della Sera titolava. “Ex Fascisti bastonati a Terni”; l’Unità: “La furia della Celere rintuzzata a Terni”. E pensare che riferivano gli stessi fatti.