Altrocanto e la guerra per la chiesetta di S.Antonio

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«La jesa de Sand’Andoniu? E’quella, piccoletta, che se vede da la strada». E dalla strada, appena prima di oltrepassare la tabella sbarrata di rosso che dice che è finito l’abitato della frazione di Altrocanto, guardando in basso, ci sono un piccolo campanile, una facciata minuscola, tre o quattro scale di mattoni, una porta: chiusa. Eccola la “famosa” chiesa di Sant’Antonio di Altrocanto, frazione di Narni, anzi: località facente parte della frazione narnese di Itieli. C’è chi sostiene che Altrocanto faccia duecento abitanti, ma la valutazione sembra ottimistica. E’ per quella chiesetta che da più di dieci anni si “cacciano” quintali di carte bollate? Che c’è stata una causa ed un’altra ce ne sarà perché c’è di mezzo l’appello adesso che il giudice di primo grado si è pronunciato? Uno si aspetterebbe di trovare un edificio piuttosto consistente, ma così non è. Dalla strada che da Narni porta allo speco francescano di Sant’Urbano, si svolta a sinistra. C’è una stradetta cementata. Un paio di curve strette e si arriva. Cani che abbaiano. Un brutto cancello di ferro che chiude lo spiazzo antisante la chiesetta. “Si può entrare?”. “Eh no. Se n’è annata da poco. A Narni”, dice il vicino.

Altrocanto
La chiesetta di Sant’Antonio

Colei che se “n’è annata da poco” è la signora Letizia, vedova Bonifazi. Dire “Bonifazi” ad Altrocanto è come dire “Uno, nessuno, centomila”: si chiamano tutti così di cognome. Insomma: la signora Letizia e suo figlio sono comparsi davanti al giudice del Tribunale di Terni e condannati perché asserivano di essere proprietari della chiesa, lasciata loro in eredità dal marito della signora, mentre essa è della comunità. Non solo: sulla base della convinzione di essere i proprietari hanno chiesto ed ottenuto una sovvenzione in base alla legge per i danni del terremoto (poco meno di ventimila euro) per rimettere a posto la chiesa. “Io c’ho novand’anni e non me ricordo che la jiesa de Sand’Andoniu è stata mai ‘a nostra. Sci stea praticamende su ‘u stessu fabbricatu, però era de tutti… Quanno emo spartitu casa mi fratellu se l’è assegnata. Chissà forze conoscea quarchidunu…”.

A parlare è il cognato della signora Letizia, quello che _ riferiscono vecchie cronache della saga dei Bonifazi _ quando stava prigioniero in Africa si raccomandava a Sant’Antonio perché lo aiutasse a tornare a casa. Ed ancor oggi ricorda la festa che si faceva per «Sand’Andoniu, quillu veru, quillu che protegge ‘e bbestie. Che feste che faceono! I festaroli cambiaono ogni annu, faceono ‘a questua: quarcunu dea anche un quartu de granu, venticinque chili. ‘Na vorda a pranzq ci scappò pure ‘n tordu perunu. Lui, il cognato e confinante fa parte deLl’associazione oratorio di Sant’An4onik, quella che ha mosso le acque; quella che sa oppone, che vuole che la c`iesa venga dichiarata di proprietà di tutta la comunità. Quella c(a si au4otassa per pagare gli avvkcati*

“Ma la chiesa è aperta?Si può utilizzare? Può andarci chi vuole?”. “Massì – risponde l’interlocutore che, seduto su una panchina, ha fornito le indicazioni per trovare la chiesetta _ la festa de Sant’Andonio ce la fanno; c’hanno datu pure le ciambelle co’ ll’anice. Scì, ce sta ‘n bò de canizza intorno a sta chiesa, ma va ‘n bo’ a capì quali so’ l’interessi…”.

Interessi? In qualche caso sembra che quello che muova l’intera faccenda sia quasi il sentirsi defraudato nella proprietà non di una chiesa; non di una “materialità”, quanto di un ricordo, di un’atmosfera di festa e di comunità che oggi non c’è più. Forse perché la chiesa (“e ‘u spiazza che è de ‘a chiesa stessa”) è irraggiungibile a causa di  quel brutto cancello dietro al quale abbaiano un paio di cani da pagliaio, ma forse anche perché nell’anno di grazia 2012 non c’è un prete né fedeli che vadano lì regolarmente, e non ci sono più nemmeno tanti animali da benedire il giorno della festa di “Sand’Andoniu quillu veru”.

Intanto però gli animi restano “introfiati” _ come di dice da queste parti _ le carte da bollo si moltiplicano; le sollecitazioni crescono in attesa della causa di appello. E l’avvocato dell’associazione Oratorio di Sant’Antonio, invia una lunga lettera di spiegazioni delle ragioni da sostenere davanti ai giudici. Una lettera che chiude “Auspicando che le modalità di pagamento delle mie spettanze siano osservate, pongo distinti saluti”. Amen.

Estate 2012

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