La leggenda di Cervino e Cervaro e la “Cascata delle Cinque lire”

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di LORENZO MANNI

Cervino e Cervaro erano fratelli. Sposarono due sorelle e decisero di costruire due canali per irrigare i terreni. Cervino  costruì il canale più a monte mentre Cervaro realizzò il suo nella piana vicino al corso del fiume Nera. A Cervaro l’acqua scorreva regolarmente mentre a Cervino l’acqua non saliva nonostante avesse scavato una galleria per farla scorrere. Tra i due fratelli nacquero dissapori: Cervino credeva che Cervaro gli facesse un dispetto convogliando il flusso dalla sua parte, perciò interruppero le loro relazioni familiari.

Un giorno le mogli dei due si incontrarono alla presenza di Cervaro e, discutendo sul problema dell’acqua e delle liti, Cervaro disse che se Cervino voleva far defluire l’acqua dalla sua parte doveva “fare gli occhi al canale”. La moglie di Cervino non capì il significato, ma riferì al marito la frase. Cervino capì a volo il suggerimento del fratello. Scavò   due buchi nella galleria e l’acqua iniziò a defluire. Si riappacificarono e… vissero felici e contenti.

E’ una leggenda riportata nel resoconto di una ricerca storica compiuta da Auretta Resta e Carlo Campili, pubblicato in un libro: “Il Castello di Papigno”. (Un caro ricordo va a Giancarlo con il quale abbiamo condiviso moltissime esperienze nel volontariato e siamo rimasti in contatto fino agli ultimi giorni della sua vita. Abitando lui a San Gemini ed essendo impossibilitato ad incontrarci, mi spedì la copia della ricerca per posta il 28 aprile del 2016).

Nel primo secolo avanti Cristo si iniziò ad utilizzare la grande massa d’acqua della piana di Marmore per scopi industriali ed agricoli, oltre che per cercare di evitare quanto più possibile le alluvioni in quella zona. Il primo tratto del Canale Cervino, scavato sulla parte sinistra della Nera  serviva essenzialmente per l’irrigazione dei campi di Cervara, Valle Stretta, Santa Maria Maddalena, Staino, Colle Obito e Quattro Macine.

Dopo 200 anni , si ampliò il comprensorio irriguo per i territori più in alto di Campomicciolo, Boccaporco e San Valentino, scavando una galleria più elevata e più lunga che anziché partire da Cervara , aveva le sue origini dal ponte Toro.

Passarono secoli. Notizie del Cervino si ritrovano riferite all’anno 1559, quando ci si trovò nella necessità ampliare i territori serviti per le zone di Cospea prolungando il canale a partire dal Rivo di San Valentino (il fosso di Stroncone, per intendersi).

L’acqua, un bene prezioso per un’economia essenzialmente agricola e negli anni non poche sono state le liti per l’uso dell’acqua d’irrigazione; mulini che assorbivano tutta la portata per lunghi periodi, deviazioni , competenze di manutenzione etc.

Lungo il corso del Canale Cervino numerose erano le diramazioni. La zona delle Grazie fu denominata  “Cesure“ per la presenza di “formette” che distribuivano l’acqua nei piccoli appezzamenti terreno dove si coltivavano soprattutto ortaggi, tramite paratoie (cesure, appunto). Quando il dislivello fra i campi ed il canale era più consistente veniva installata la ruota: ne ricordo due, una nella zona di Le Grazie ed una nell’orto dei Carmelitani a San Valentino.

Nella zona di San Valentino veniva sfruttato un salto di circa 7 metri per dare la forza motrice alle macine  delle olive e dei cereali mulino delle olive era del sistema a ruota orizzontale (a cui si ispirò Kaplan agli inizi del 1900) e l’Associazione San Valentino Borgo ha recuperato il “mazzo“, l’albero motore in legno di quercia e alcuni “cucchiai” (pale). . I miei ricordi vanno alla mola dei cereali degli anni 60 la cui movimentazione  era servita da cinghie  e pulegge  applicate all’unico albero motore posto in una parete in alto. 

Contemporaneamente il dislivello era utile per alimentare a cascata la ruota di un maglio a mazza battente ed incudine fissa per una fabbrica di caldai in rame, “li callari”.   

Il canale Cervino , per il suo dislivello , a valle dell’opera di presa della condotta forzata , formava una cascata che è stata modificata alla fine degli anni 70 realizzando i margini laterali in calcestruzzo che rovinarono la  suggestione a quel posto.

E’ quella “La cascata delle Cinque lire“: si racconta che, quando arrivavano i turisti alla stazione di Terni per andare a visitare la Cascata delle Marmore, dalla stazione ferroviaria dovevano servirsi del trasporto pubblico di allora le carrozzelle trainate da cavalli. Il vetturino chiedeva 100 lire per portarli in quel posto. Forse era troppo, ma lui partyiva alto. Per arrivare fino a 5 lire. I turisti salivano soddisfatti in carrozza ed il vetturino li accompagnava alla Cascata di San Valentino. “Tutta qui la famosa Cascata delle Marmore?”, affermava qualcuno dei turisti delusi. “Sì, ma questa è la cascata da cinque lire: vedeste quella da cento!”.