Lanificio ternano: scioperi e serrata con le donne in prima fila

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I trecento operai del lanificio ternano, potettero tornare al lavoro in tranquillità, dopo una sciopero durato quasi venti giorni. Era il 15 febbraio 1900. Uno sciopero duro, con la nuova proprietà del Lanificio – la ditta  Kassler, Mayer e Kling – ferma teutonicamente sulle proprie posizioni e gli operai che non cedevano. La direzione licenziò subito 80 filatrici, successivamente passò alla serrata, alla richiesta d’intervento della forza pubblica a protezione della fabbrica, alla minaccia di importare venti filatori dalla Germania per mandare avanti il lanificio a proprio piacimento.

Nell’informare dello sciopero, L’Avanti aveva sottolineato come i guai per i lavoratori erano cominciati con l’avvento dei nuovi prorietari. Le condizioni per gli operai, tra cui numerose donne, “sono peggiorate non poco e per le tariffe, e per le condizioni di lavoro: l’imposizione delle undici ore di lavoro notturno è stato il massimo di questo peggioramento”, scrisse l’Avanti!lanificio

Tutto cominciò verso la fine di gennaio, quando una commissione dilavoratori – ormai esqsoperati – illustrò le rivendicazione degli operai alla direzione. Si chiedeva che le filatrici tornassero a guadagnare 1 lira e 25 al giorno come in passato, e che anche il salario dei filatori andava reso stabile intorno alle 3,50 lire. Lo stesso lavoro – chissà perché – era normale fosse pagato molto dimeno alle donne. Eppure furono le furono le donne le prima a protestare, con le ottanta ragazze licenziate che andarono in coreo in Prefettura.

Una prima concessione della direzione fu la disponibilità a pagare la giornata anche a coloro che non potevano lavorare perché le macchine cui erano addetti erano ferme per manutenzione. Un po’ poco, a fronte delle richieste: 3,50 lire al giorno per i filatori, 1,25 per le filatrici; aumento di 10 centesimi al giorno per le ragazzine che “fanno lo stesso lavoro della filatrici cottimiste”; un medico eletto dagli operai per la verifica sanitaria mensile della fabbrica; il ritorno al lavoro di tutti i dipendenti.

Condizioni insotenibli, sostennero in una dichiarazione ufficiale al Messaggero, i titolari del lanificio: “Piuttosto chiudiamo”. “Nessuno crede tanto matti i signori proprietari da chiudere uno stabilimento che ha(sic)loro costato 800.000 lire comprato recentemente e comodo oltretutto per la forza motrice idraulica”.

L’8 febbraio, con la mediazioni del sottoprefetto, del sindaco Silvestri e dell’assessore Mattioni, si trovò alla fine un “accomodamento”: il rientro in fabbrica di tutti di dipendenti; il pagamento di 40 centesimi l’ora di salario in caso di macchine ferme per riparazione o altro; indennità di 5 lire per i quindici giorni di forzata disoccupazione a causa dello sciopero e della serrata.